Lettera ad un amico pittore

 Una lucida analisi volutamente provocatoria riguardante l’attuale degenerazione
del mondo della poesia e della pittura in un'”ottica d’avanguardia”.

di Alessandro D’Agostini

Roma, 28-09-2008

            Voi dovete combattere con accanimento questi tre nemici irriducibili e corruttori dell’Arte: l’Imitazione, la Prudenza e il Denaro, che si riducono a uno solo: la Viltà.

            Viltà contro gli esempi ammirabili e contro le formole acquisite. Viltà contro il bisogno d’amore e contro la paura della miseria che minacciano la vita necessariamente eroica dell’Artista!…

Da F. T. Marinetti “Contro i Professori”

Caro Valerio,

                        caro amico pittore, parlandoti sinceramente come sto facendo e farò nel corso di questa mia missiva, non è mia intenzione quella di darti un dolore: si tratterà solo, in queste righe, di chiarire prima a me stesso e poi a te le posizioni che debbo assumere – per coerenza colle mie scelte di fondo – nei confronti della pittura attuale. E tu in quanto “pittore” in tali questioni sei inevitabilmente compreso.

            Le strade d’incontro che hanno determinato la nostra amicizia non hanno ragione di dividersi. L’amicizia potrà restare ed il mio atteggiamento nei tuoi confronti di simpatia e di umana stima non verrà certo meno dopo che ti avrò esposto per bene il mio pensiero, ma nell’arte noi due tendiamo ad esisti differenti e ci troviamo su piani d’azione diversi.

Ti sto forse scrivendo delle banalità? Tutto questo lo sai già? Meglio così. Quello che ti dirò così non ti sconvolgerà più di tanto, essendo la conferma di qualcosa che già sai; almeno in parte.

                        Ti scrivo dopo aver riflettuto molto negli ultimi giorni sulla funzione dell’arte e sulla natura dei rapporti fra artisti nell’ambito di un progetto comune d’avanguardia. Il progetto al quale mi riferisco è quello che ha avuto l‘avvio con la fondazione da parte mia del Movimento “Giovani Poeti d’Azione” e che mi impegna completamente oramai da quasi quindici anni.

            Allo stato attuale delle cose credo che la stagione che mi vide, dal 1994 in poi, protagonista di “azioni clamorose” coi Poeti d’Azione, deve – con rinnovate forme e modalità – tornare più forte e insistente che mai. Dobbiamo farci sentire (e vedere) e soprattutto trovare “pubblico vergine” al quale comunicare la nostra “azione artistica”.

Questo è il mio obiettivo attuale.

Ti scrivo ciò anche perché vedere alle serate poetiche o alle mostre sempre le stesse persone mi deprime terribilmente; ma dimmi: ti ho mai parlato del mondo della poesia in Italia?

Esiste nella poesia un “sottobosco”, un ambito ufficiale e poi c’è l’underground; ma andiamo con ordine.

Il c.d. sottobosco pseudo-letterario romano (che fortunatamente non frequento) è fatto solo di gente che prova a scrivere qualcosa e che poi legge e presenta a turno se stessa in un girotondo di fiacchi applausi scambievoli e ipocriti. Gente senza contenuti da trasmettere, senza arte e neppure mestiere.

            Quando poco più che ventenne chiesi al poeta Dario Bellezza, che andavo a volte a trovare nella sua casa di Via Bertani, cosa pensasse di quelle persone e se in mezzo a loro vi fosse qualche vero poeta da prendere in considerazione e da leggere, mi rispose con una sentenza molto dura condannandole in blocco: “Alessandro…, vuoi forse farmi cadere in depressione? No?! Sai; perché se continui a parlarmi di quella gente cado in depressione: sono dei falliti! Falliti della mia età”. Che dire. Avevo già compreso chi fossero e che valore avessero, ma la conferma datami da Dario mi fu preziosa per prendere le distanze da codesti soggetti e rivolgermi, senza perdere altro tempo alla ricerca, alla creazione e allo studio della vera arte.

            Nelle mie serate, come avrai constatato di persona, c’è sempre qualcuno  che si esibisce e che scrive ed altri che intervengono per genuino interesse come spettatori. Inoltre,  chiunque abbia seguito le iniziative “azioniste” può testimoniarlo, alle persone che sono affezionate al nostro fare arte si aggiunge sempre qualche persona nuova, mentre nel “sottobosco” letterario ciò non avviene. Le persone che lo frequentano sono sempre le stesse. Si conoscono tutte e si incensano a vicenda. A che pro non saprei dirtelo. Forse sfogano le proprie velleità frustrate in quel modo, oppure passano semplicemente il tempo.

Il successo vero noi come Poeti d’Azione lo consideriamo il portare arte dove questa non vi sia; raggiungere i distratti e gli ignari, tentare il “risveglio” dei dormienti. Perciò cerchiamo ogni volta di interessare del pubblico che sia ancora vergine al nostro messaggio.

            Ricordo la soddisfazione che ho provato quando il “garzone” del bar che si trova sotto casa mia è venuto ad una mia serata poetica-dada a Portico d’Ottavia. Nonostante lui non sia un lettore (neppure di fumetti) e un frequentatore di teatro è restato sino alla fine dello show ringraziandomi poi sinceramente per averlo invitato. Venne perdippiù accompagnato da un vecchietto solo al mondo dedito all’alcool e frequentatore fisso del suo bar. La cosa ancora più bella è stata che questo ragazzo è tornato in una occasione successiva al “Teatro dei contrari”e si è spontaneamente offerto di aiutare a servire come volontario durante la serata senza che nessuno glielo chiedesse. Un aiuto che è anche da parte sua una forma di “riconoscimento” della nostra arte.

Se i Poeti d’Azione non fossero esistiti a lui non sarebbe mai passato per la mente di andare ad assistere ad eventi di poesia recitata! Generalmente quel giovane, che conosco abbastanza bene – si interessa solo dei modelli di cellulare ultimo tipo e alle partite di pallone. Non so a te, ma portare questo giovane verso la poesia e l’arte a me sembra un risultato degno di nota.

            Fuori dal sottobosco letterario poetico di cui ho accennato più sopra, esiste anche un mondo che si veste di ufficialità in quanto è parte del mondo accademico ed ha generalmente l’avallo e la protezione del sistema politico. Tale mondo in fin dei conti si differenzia poco dal sottobosco se non per una maggiore “professionalità”  e maggiori “risorse” e visibilità. I singoli autori di poesia  “blasonati” appartenenti a questo “entourage” ufficiale oltre che percepire “gettoni di presenza” per le loro uscite in pubblico (che al livello più basso del “sottobosco” non vengono tributati) e a pubblicare per editori importanti, a promuovere se stessi e a creare una rete di mutuo appoggio fra loro (leggi mafia); di fatto per svecchiare il settore delle lettere e diffondere in modo inedito la poesia e l’arte non fanno assolutamente nulla. Sono degli individualisti cementati fra loro esclusivamente dai privilegi che possiedono e basta. Nessuna idea nuova sull’essere poeta-artista, nessuna idea nuova o l’utilizzo dei mezzi cui pure hanno accesso per dare all’arte e alla poesia che si produce oggi maggiore peso e visibilità. Come tutti i borghesi piccoli piccoli si godono quello che hanno probabilmente perché – del resto -come tutti i borghesi essi sono “privi di coraggio” o forse perché sono meschinamente mediocri come artisti, o le due cose assieme. Non è mia intenzione generalizzare, perché pure autori validi o quantomeno interessanti in questo ambito ne ho conosciuto qualcuno, ma l’atteggiamento di fondo; l’ideologia diffusa che li fa scrivere o agire è quella che ho delineato. Posso parlarne senza tema di essere smentito, perché li ho letti praticamente tutti e molti li conosco direttamente.

Tutte queste cose le ho denunciate e fatte conoscere da sempre incontrando l’ostilità e l’incomprensione dei molti e la solidarietà dei pochi, ma quanto vale ed è preziosa la solidarietà e il sostegno di quei pochi tu non puoi immaginare!

Dimenticavo… non ti ho ancora parlato dell’underground. In soldoni è il luogo ancora non contaminato dal sottobosco e da quello che nel ’95 definii in un mio scritto d’allora “il mondo poetico alto”. Nell’underground c’è un po’ di tutto. Da quelli che “fanno sul serio” o ci provano e pertanto si impegnano, a quelli che vogliono solo divertirsi, ma la cosa certa è che sovente al suo interno c’è – dopo che si sia provveduto a dividere l’acqua dall’olio – una vitalità difficilmente reperibile altrove. È un territorio,  quello dell’underground, dove accanto all’improvvisazione – e purtroppo spesso alla insufficiente preparazione culturale – è possibile alle volte trovare non senza sorpresa delle “pepite d’oro.

 

Tuttavia i signori del “mondo poetico alto”, così come quelli del c.d. “sottobosco” si guardano bene dal “contaminarsi” anche soltanto sfiorando l’underground. Essi infatti debbono difendere la loro mediocrità e pochezza e i loro privilegi di “casta” che sarebbero facilmente messi in crisi nel confrontarsi con la vitalità ed inventiva di arte ed artisti nuovi e diversi da loro.

Limite dell’underground purtroppo è che manca di autocoscienza di sé e spesso non si pone l’obiettivo di cessare di essere “underground” per divenire “norma”.

Chi è nell’underground può interagire col “sottobosco”, ma difficilmente giunge ad essere riconosciuto dall’ufficialità.

Per quanto riguarda la poesia in Italia le cose stanno più o meno in questo modo. Contesti accoglienti per l’artista di genio in pratica non ve ne sono. I diversi ambiti per motivi poco differenti concorrono a produrre lo stesso risultato: l’indifferenza totale verso il nascente, l’oblio della vera arte, l’assassinio dello spirito vitale, lo scoraggiamento e la frustrazione negli autori validi. Una situazione decennale e senza apparente sbocco.

Colpo di scena! Noi poeti d’azione stiamo scomodi in tutte e tre le categorie di cui ho accennato. Perché? Perché noi non possiamo far parte dell’underground visto che ci poniamo come l’avamposto più avanzato e valido della poesia e dell’arte attuale. Poi non possiamo far parte del mondo accademico o aspirarne i favori o facili riconoscimenti da questo in quanto professiamo apertamente il nostro “colto” antiaccademismo. Ed ovviamente non abbiamo nulla da spartire col conformistico, mediocre e frustrante ambito del sottobosco cultural-poetico. Feccia della feccia!

L’ufficialità del “mondo poetico alto” e l’accademia in verità – malgrado non mascheri l’intento di censura ed “eliminazione” nei nostri confronti e nei confronti di chi ti scrive – sono stati costretti già allo stato attuale delle cose a doverci volente o nolente considerare in più d’una occasione. Semplicemente perché noi (o almeno quelli di noi che hanno saputo resistere nonostante l’incontro d’immensi ostacoli e difficoltà) non abbiamo mai mollato sapendo di avere ragione e di valere.

            Sono le convinzioni che determinano le scelte e plasmano i destini. Per conto mio ho sempre creduto fermamente che la “forza della ragione” della vera arte non conosce ostacoli e che “chi la dura la vince” come vuole il detto.

Abbiamo vinto e perduto alcune battaglie, ma lorsignori sappiano che “la guerra” è in corso. La violenza della loro censura ed omissione molto presto gli si rivolgerà contro. Volevano la nostra fine. Benissimo! Riceveranno come si dice “pan per focaccia”.

Ricordo che interrogai un critico di “sistema” una decina d’anni fa, molto triste nella sua generale fisionomia, che si chiama Arnaldo Colasanti (ora anche commentatore del programma Uno Mattina). Gli chiesi cosa avrei potuto e dovuto fare per essere preso in considerazione col mio gruppo da coloro che decidono “la vita e la morte” dell’arte facendola pubblicare dalle grandi case editrici, inserendola nelle manifestazioni ufficiali etc. Mi rispose sogghignando beffardo e sarcastico: “sai che devi fare? devi trovarti un lavoro”. Maiale lui e quelli come lui che non riconoscono in quello dell’artista un lavoro, che non vedono come legittima e sacrosanta l’aspirazione di un artista di poter vivere della propria arte.

Maiale chi omettendo a priori di svolgere onestamente il compito di critico che si è scelto, censura e respinge senza leggerli gli autori non appartenenti alla sua “area mefitica”  fatta di nepotismo, corruttela diffusa, compromessi sessuali, tangenti, convenienza politica di casta…

Ricordo che gli risposi seduta stante scrivendo una poesia dedicata che gli declamai. Restò basito, ma sono certo che non comprese cosa significhi per chi è poeta continuare ad esserlo. Critico dei miei stivali!

            Dopo quest’ultima digressione aneddotica e tornando all’attualità, desidero farti sapere che voglio essere più selettivo nelle mie frequentazioni. Voglio vagliare la sincerità ed il valore autentico di coloro che dicono di voler contribuire con la loro arte alla mia “azione” e altresì voglio che il pubblico che interviene durante le iniziative sia quello giusto e cominciare da subito a lavorare fortemente con tutti i mezzi che possiedo verso tale direzione. Voglio trovare o addirittura creare educandolo, un pubblico vitale che sia “futuristicamente rivolto” verso il futuro dei vivi che fanno oggi un’arte degna di questo nome, vitale e forte perché figlia di una ispirazione sorgiva e non languente o esaurita.

Allo scopo ritengo sia meglio circondarsi di ragazzi (e ragazze!) di vent’anni, fasci di energia e di vita ancora incorrotta, che sperare di trovare interlocutori in mezzo alla marmaglia dei tanti ultracinquantenni ultraborghesi spenti e nevrotizzati che frequentano gli artisti e i luoghi dell’arte solo per snobismo e per noia. Gente – questa – incancrenita nelle abitudini quotidiane, gente incapace di astrarsi dalla propria situazione contingente (il c.d. “particulare” di cui parlava il Guicciardini), di avere una visione “ampia” delle cose che abbracci il mondo e i suoi problemi in una tensione “interventista” che spinga a risolverli. Mi sto riferendo – se non sono stato ancora abbastanza chiaro – a persone che sono senza sogni, uomini e donne (per atteggiamento interiore più che per età anagrafica o motivi contingenti) col futuro irrimediabilmente alle spalle.

No! Non sono queste le persone che vogliamo affollino i nostri eventi, dibattiti, performance, mostre, happening, manifestazioni, “sommosse” etc. Noi vogliamo che i luoghi del nostro co-esistere artistico siano “laboratori” di scambi energizzanti che ci aiutino a trovare ancora soluzioni inedite nell’arte e a “sperimentare la vita” oltre i limiti delle strade già segnate.

Tuttavia solo le energie sane potranno – di diritto – salire sul treno diretto verso questo futuro-presente che ora (anche se pur sommariamente) delineo.

Innanzitutto soltanto chi rinunci alla concezione borghese dell’arte che la vede in funzione d’ornamento; chi rinunci all’idea tardo ottocentesca di una arte dove un individuo isolato sarebbe un creatore solo e lacerato contrapposto ad una società anticreativa e ostile che pure fa a lui la concessione di esistere perché le sue abilità lo divertono. Solo chi sia disposto a fondere la propria soggettività singola con la creatività degli altri soldati dell’arte… solo lui può essere considerato oggi l’uomo nuovo, colui che sia davvero pronto a “scardinare i cardini” usati della post-moderntà.

Allo stato attuale delle cose credo tuttavia che i pittori facciano parte di un “mondo scomparso”. La pittura come arte capace di dire ancora qualcosa fuori dal suo ambito ristretto di riferimento è estinta. Il rapporto arte-società in pittura non è rintracciabile: non esiste. Essa così com’è non è espressione di nulla. È una pratica assimilabile più alle arti applicate, alla grafica, che all’arte come invenzione-creazione. È una pratica dagli esisti estetizzanti in quanto non riesce a dire oggi altro oltre la tecnica di cui è fatta e a cui rimanda.

Invero l’”arte da cavalletto” è divenuta una esercitazione fine a se stessa cara solo al mercato che sorregge il “sistema arte” a sua volta legittimato e sorretto dal sistema politico-sociale nel quale opera.

La pittura è finita come arte e noi la lasciamo all’ambito dignitoso dell’abile artigianato perché d’ora innanzi ne sia la sua degna collocazione.

La nostra “visione del mondo” è “incontenibile” e mai ha potuto essere e non può essere “delimitata” dai limiti “fisici” di una superficie bidimensionale. La nostra visione del mondo giganteggia incurante della piccolezza meschina dei destini umani.

Alla pittura, noi “artefici di arte-vita e creatori del mondo” non contenderemo mai il chiuso dei tinelli o l’aria viziata delle pinacoteche!

Solo prendendo piena coscienza della decadenza nella quale versa la pittura; quindi analizzando per bene i rapporti esistenti fra pittori, galleristi, mercanti, critici, pubblico, collezionisti, istituzioni politiche e società; nel loro insieme, sarà possibile capire a che grado sia giunta la disfatta della pittura e ipotizzare forse per essa delle ipotesi futuribili di rinascita. Noi non ce lo auguriamo e soprattutto non è il compito che ci siamo dati. In questi anni noi Artisti d’Azione abbiamo pur cercato i pittori credendo che fossero degli interlocutori per la costruzione d’una azione comune. Per contro loro non hanno cercato noi. Ciò la dice lunga! E soprattutto, quando raggiunti non hanno dimostrato di voler collaborare alla denuncia ed alla distruzione dei mali che affliggono il “sistema arte”. Dimostrando di essere perlopiù vili e borghesi.

Il passato è passato! I pittori? La pittura? Per fortuna per esprimersi e fare arte ci sono altri mezzi più attuali ed efficaci nel mondo di oggi.

            L’ultima stagione della pittura, nella quale la pittura sia stata capace di entrare in contatto con le suggestioni provenienti dal presente circostante – nel tentativo di far divenire essa qualcosa di altro – credo sia finita negli anni ’70 o forse nei primi anni ’80 del secolo scorso. Poi nel suo ambito di riferimento non c’è stato più nulla di rilevante.

            Mario Schifano comprese per tempo, dipingendo la sua famosa serie realizzata fotografando lo schermo televisivo e poi dipingendoci sopra, come la tv in quanto “quadro mobile con cornice” fosse il simbolo stesso del superamento di una concezione dell’arte non più al passo coi tempi. Come essa fosse irrimediabilmente divenuta il grande “quadro del mondo”.

Andy Wharol nella reiterata ripetizione del mito mediatico comprese e ci fece comprendere qualcosa di simile. Cioè che i mezzi della riproducibilità tecnica superano i limiti della singola opera destinata al collezionismo dei “feticisti” dell’arte. E soprattutto che il “mito” si è spostato dal citazionismo della antichità classica alla “fabbrica del mito” che sono i grandi mezzi di comunicazione di massa.

Non tenere conto di queste intuizioni oggi e continuare a fare la pittura che si faceva centocinquantanni fa è – a nostro avviso – oltre che ridicolo persino inutile.

Ciò che è certo ora che ho frequentato con maggiore assiduità la pittura e i pittori di oggi è che gli interlocutori da coinvolgere nella “rivoluzione estetica” che io intendo attuare dovrò cercarli altrove.

Saluti, Alessandro D’Agostini Poeta d’Azione

Sito dell’amico pittore: www.valeriodefilippis.it

Comments

  1. Ho letto attentamente l’articolo molto ben scritto, contenutisticamente, strutturalmente e sintatticamente. Non so se le parole siano dettami spontanei o il risultato di costruzioni dialettiche studiate. In ogni modo non conoscendo l’autore, non posso azzardare ulteriori commenti che risulterebbero inappropriati e fuori luogo. Mi definisco una scrutatrice dell’animo in versi( non spetta a me definirmi poetessa, troppi siamo e forse anche mediocri) e desidero evidenziare quanto segue:pochi possono essere definiti poeti, il più delle volte vige la mediocrità sapientemente vestita da eccellenza. Come nella vita d’altronde ove il saggio tace o sta nell’ombra e lo stupido sapientemente orchestrato gode d’apparenti privilegi…Ma l’ombra è solo un riflesso… Grazie per lo spazio concesso

  2. Patrizia Pierandrei says:

    Ho letto con attenzione questo tuo articolo, dove si sente il bisogno di discutere sulla produzione dell’arte e della poesia. Certo oggi i mezzi tecnologici offrono diverse possibilità di espressioni sia nella forma visiva che scritta , con il rischio di cadere nelle ripetizioni e nella mediocrità dei mass-media . Le immagini subiscono diverse manipolazioni attraverso le vie satellitari e dobbiamo accontentarci delle quotidiane deturpazioni delle arti classiche,asservite ai modelli della sobrietà e della banalità.

    Con questo non dobbiamo abbatterci e rammaricarci troppo del veloce consumismo urbano e extra-urbano, in cui ci sentiamo trasportati quasi per forza.

    Chi ha ancora l’anima da vero artista, che crede nella sua attività senza scopo di lucro può e deve sopravvivere , a dispetto degli altri mediocri copisti , che lavorano per il vile denaro .
    Devo affermare che io vivo perchè ho fede in quello che faccio sempre da quando sono nata e per cui nutro uno scopo per coltivare il patrimonio di valori etici , sociali e storici.
    Nella mia cittadina ho frequentato un circolo ,che ha ricostruito il Pallio di San Floriano ,che mi stimolato ad aprirmi nella collaborazione per riuscire a riscoprire la nostra storia locale , permettendoci di riconoscere il nostro passato e di ridarci la memoria del tempo perduto.
    Con molti volontari continuiamo nella ricerca storica per la passione di riportare alla luce le nostre radici, ci basta poter incontrarci e dividere il piacere di conoscerci
    Con questo l’artista può rivelarsi ed arrivare a creare nuove forme di attività,coinvolgenti con la realizzazione di attraenti progetti.
    Non dobbiamo farci superare dagli stereotipi passati, dobbiamo invece proporre formule interessanti per un pubblico da richiamare.
    Scusatemi, se le mie idee sono forse troppo utopistiche,ma tentare non nuoce….
    Grazie per l’attenzione . Arrivederci

  3. MGrazia Paganini says:

    Ho letto l’articolo e capisco. Sono anche dati di fatto incontestabili che riconducono al problema del rapporto artista-società, tutto sommato ancora senza soluzioni accettabili rispetto al passato.
    Io non sono un’artista, ma moglie di un artista deceduto 11 anni fa. Ho vissuto da vicino tale condizione sulla quale ho riflettuto a lungo, ma non ho visto sbocchi. Una società quale l’attuale non dà speranze concrete in tal senso.
    Una volta, quando posi a mio marito il quesito:” ma, cosa è per te l’artista?” mi rispose che poteva dirmi solo cosa non era ed alla fine concluse che l’artista è un disgraziato a cui non resta che la Legge Bacchelli (erano gli anni ’86 o giù di lì).
    Detto questo, lui rimase coerente, ad onta di tutto, con la sua vocazione e fiero di ciò.
    La discussione, a mio avviso rimanda al quesito più ampio:” Ma serve l’Arte, si può concepire una società senza Arte e senza Artisti?”
    Io sono ottimista e penso che: “La Bellezza e l’Arte salveranno il mondo”
    Auguri a tutti

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