Elogio della cattiva scrittura. Appunti per un Manifesto poetico tutto da scrivere

All’inizio, la cosa più difficile è stata capire che un film non è altro che la somma di tante immagini messe in serie,una dopo l’altra con due possibilità estreme: quella di riprodurre in modo squisitamente meccanico la realtà, e quella di ricreare invece in modo fantastico, per riproporre la stessa realtà ma in modo diverso.

– E. Kusturica, intervista… – 

Oggi in poesia si è costretti ad assistere a una odiosa situazione che affonda le radici negli anni del “riflusso”. Ci sono sulla scena grossomodo due filoni residuali, uno post-ermetico-tardo mitico o se preferite neo-romantico, l’altro eternamente neo-post-avanguardista. Ad una sommaria considerazione dei risultati veri e propri, al di là delle dichiarazioni programmatiche, ci si accorge facilmente della scarsa incisività e del formalismo di ambedue le tendenze, le quali pur da diversi punti di partenza vanno a coincidere nella medesima volontà di allontanare la realtà dal loro interesse, rinunciando in altre parole, e a priori, ad una qualche tensione comunicativa. “Tradizione e avanguardia si giustappongono ormai senza conflitto, come linguaggi ornamentali e reciprocamente innocui” (R. Luporini).

Siamo in presenza di gruppi diversi che in nome della bellezza classica, della forza del mito, del fascino assoluto della poesia o in nome di una presunta rivoluzione operata sul linguaggio, parlano solo agli iniziati (pochi, fidati, amici degli amici). Siamo in una situazione in cui tutti (dico tutti…) rinunciano a dire, a rischiare, ad essere altro dal gusto comune, tutti appesi al filo del proprio “particulare”, così che gli artisti inseguono l’immagine e il successo, i politici il contante, gli intellettuali le classifiche di vendita, la cosiddetta società civile la sopravvivenza o poco più…

Io credo che la poesia abbia una capacità ineguagliabile di sintesi concettuale, piuttosto che simbolica, allegorica e soprattutto emotiva. La poesia ha le potenzialità per arrivare “in profondo” dove ormai non si osa più nemmeno guardare; può, secondo il mio parere, provocare una salutare scossa elettroenergetica a corpi stesi sul miele del consumo e svuotati nel proprio senso. Però, è chiaro, deve volerlo, cioè deve dare corso a una intenzione di comunicazione e quindi deve dotarsi degli strumenti adatti per essere vicina all’azione, alla vita. Se la scrittura poetica si autoprogramma come mistero sacerdotale, iniziatica, aristocratica, incomunicabile, chiusa nel suo specifico, allora si autoesclude, si condanna al silenzio. Uno dei problemi che abbiamo oggi sotto gli occhi e costituito dal fatto che la realtà, a causa della meravigliosa pozione fatta di televisione-informazione-spettacolo, si sta falsificando fino a scomparire… La vita sta diventando una parodia della vita.

Io credo che la poesia possa compiere il tentativo di sfondare questo muro di irrealtà (lo considero un fatto di responsabilità umana, non solo un acuto gesto creativo). La poesia deve andare alla ricerca del corpo reale… della vita reale, operando come un bisturi su un corpo malato. La poesia può farlo. Chi fa poesia, chi usa questo “mezzo” non può semplicemente consolarsi nella propria personale espressività, nella descrizione delle proprie emozioni/sentimenti e genialità… Non ci si può accontentare nemmeno di una eventuale operazione mimetica rispetto al reale. La narrativa, il romanzo o il racconto, sono certamente più consoni a questo tipo di intenzione, e comunque… non mi pare ci sia una grande necessità di un’arte che descriva il mondo così come è… No, non abbiamo bisogno di un’arte che certifichi e celebri nell’immagine l’esistente poiché la realtà la osserviamo coi nostri occhi e la subiamo quotidianamente; l’arte invece, e quindi anche la letteratura, deve dare “strumenti” per agire, deve dare “soluzioni” o perlomeno contribuire a crearle, altrimenti è vuoto. La letteratura, e la poesia in primis, deve, a mio modo di vedere, porsi volontariamente e coscientemente una ’intenzione di aggressione e di sfondamento. La poesia può assumersi questo compito oltre che per sue proprie caratteristiche anche per il fatto che non ha niente da perdere e nulla da guadagnare, è invenduta e rimarrà invenduta (come sembra). Continuare a produrre tonnellate di malinconici e animosi sentimentalismi, di segnaletiche pseudo-simboliche o giochini anagrammatici e allitteranti o rivelativi di chissà quali grandi misteri individuali, significa lavorare per produrre un sottoprodotto, esclusivo per gli amici più intimi e ben disposti. Non si può essere così colpevolmente mediocri.

In qualsiasi convegno emerge, sempre e comunque, la necessità di una maggiore comunicabilità, di una maggiore adesione del testo poetico ai contenuti reali della vita… Questa è una delle tante prediche ammirevolmente autocritiche che si ascoltano con piacere. Sta di fatto che tutti continuiamo a ripetere il solito-vuoto-gergo-poetico-noioso-e-letterario. I poeti più coscienziosi e avveduti non vogliono andare più in là della pura e semplice ammissione dell’inutilità della poesia (salvo poi continuare imperterriti a calcare palchi e sottopalchi). In pochissimi casi (F. Loi, E. Sanguineti) si giunge ad affermare il bisogno di una non meglio precisata rivoluzione… o la necessità di una poesia critica (G. Majorino). Insomma, nel migliore dei casi non c’è più di una semplice indicazione. Io, con questo personalissimo intervento, vorrei riprendere un altro termine, un po’ in controtendenza rispetto alla dilagante normalizzazione buonista, un termine che può fungere, molto semplicemente, da parola chiave per un eventuale progetto da costruire… AGGRESSIONE DUNQUE! Aggressione della poesia sulla realtà… E Dico questo non in nome di una conflittualità ideologica di vecchio stampo, ma penso a un nuovo comportamento che faccia tesoro di quanto è avvenuto in passato ma che sia cosciente che in gioco c’è qualcosa di nuovo e incredibilmente diverso, per lo meno nelle sembianze…

Chi ha scritto che ”(…) ma qualcuno il disprezzo, la delusione e l’odio profondo per lo “spreco affluente” dei nostri giorni occidentali dovrà pur cantarlo.” (Tommaso di Francesco) ha espresso un desiderio sacrosanto, ma occorrerebbe fare un passo in avanti su questa via. Il disprezzo bisognerebbe metterlo in atto.(Una cordata di poeti-pugili-terroristi-zen come in Fight Club… sarebbe grandioso… in onore di Arthur Cravan). Ora, se consideriamo che la poesia possa farsi carico di queste considerazioni, le armi… non mancano… In questo senso può venirci in aiuto certa poesia del passato che ha avuto nell’antiaccademismo e nell’anticlassicismo le proprie motivazioni essenziali…

Da ricordare in questo senso alcuni particolari momenti della storia della letteratura italiana: 1) Tra il Duecento e il Trecento, specie in Toscana si è sviluppata tutta una poesia in aperta polemica contro la raffinatezza e l’eleganza della poesia cortese e dello Stil Novo, Cecco Angiolieri è solo il più noto di questa scena. 2) Nel Cinquecento e nel Seicento la poesia ufficiale era sì tutta una imitazione petrarchesca, ma contro questo classicismo ridondante si sono scagliati autori come F. Berni, P. L’Aretino, il Ruzante, B. Cellini, Teofilo Folengo, e non di meno Giordano Bruno, poeti e scrittori che hanno fatto della provocazione, dell’irriverenza, del comico, dello sberleffo e della parodia un’arma contro il classicismo imperante. E poi di seguito… perché non ricordare il barocco di G. B. Marino e Francesco Redi, l’esperienza illuministica dell’Accademia dei Pugni e del Caffè dei fratelli Verri, e su una diversa linea lo scandalo lirico di G. Baffo, il romanticismo popolaresco di Porta e Belli, il grottesco di alcuni scapigliati (Tarchetti), e poi il futurismo Dada–ante-litteram di A. Palazzeschi, e più vicini a noi, la cattiveria di Antonio Delfini, l’esempio di certa poesia civile degli anni ’50 e ’60, della “letteratura operaia” dei ‘60-’70, oltre che ai famosi intrecci verbali del primo Sanguineti o le aggressioni stilose di Balestrini (anche nei suoi recenti esercizi più comunicativi), l’aggressione comica di Dario Fo, l’ironia insensata di Scialoja e Giulia Niccolai, e (questo detto molto tra parentesi) perché non dare un occhiata anche alle ballate di S. Benni, alla poesia demenziale di Freak Antoni, alle magnifiche cretinerie della Bufala Cosmica e allo splendido bianco e nero di Ciprì e Maresco. Autori sicuramente poco frequentati nelle aule scolastiche, ma che mostrano quanto sia stato consistente, nella letteratura italiana, una tradizione di dissenso e di protesta, di opposizione formale, etica e civile, e quanto sia stata ignorata dalle ufficialità accademiche-critiche-editoriali.

Questi autori potrebbero dar modo di avviare un discorso serio sulla letteratura e sulle sue contraddizioni che spesso riflettono quelle della vita. Insegnano che

la poesia è dappertutto e non esclusivamente in uno specifico linguistico, che spesso si gioca fuori dalle metafore, dai simboli, dalle allegorie e dai mille tecnicismi del poetese, che la vera trasgressione a volte sta nel chiamare le cose col proprio nome. Indicano l’esempio di una poesia schietta, senza fronzoli, giocosa, ironica, volgare (forse) ma non per questo vuota di pensiero e di contenuti. Indicano la possibilità di seguire la propria necessità senza lasciarsi abbindolare da false mode stilistiche. E ad ogni modo, provocatori, violenti, sprezzanti, ridicoli, i versi che questi autori hanno messo in mostra nelle loro opere, compongono un quadro della poesia italiana che appare inedito rispetto alle tendenze conosciute ai più e che comunque contraddice fortemente l’abito aulico, accademico, enfatico e conformistico, che è passato alla storia della letteratura e delle idee come unico ed esclusivo. Mettono in mostra, infine, la possibilità di una poetica nuovamente antiletteraria, fortemente polemica, sarcastica, veloce e aggressiva, imprendibile e chic, una poesia con meno formalismi, più attenta alla realtà, meno bacchettona, una poesia insomma non di maniera, dove il contenuto sia nuovamente essenziale e imprescindibile, una poesia libera dalla prigione del mito e del bello, e non di meno libera da eccessive preoccupazioni sul linguaggio. Svelano, nella realtà, che anche la storia di una letteratura è sempre una storia di poteri. Verità, questa che dovrebbe essere il primo gradino di una coscienza poetica, più o meno, critica, più o meno seria e approfondita.

 

SALUTI!

TITO BYYX

 

PS. Questo intervento prescinde volutamente, più che altro per problemi di spazio, da riferimenti a movimenti o a figure artistiche d’oltre confine… D’altra parte il dibattito è solo all’inizio… Occorre ritrovarsi per discutere l’efficacia dei mezzi, la tattica, le strategie, e soprattutto l’organizzazione… 

Per contattare l’autore: titobyyx@libero.it

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AZIONE POESIA N.1

FANZINE MURALE DI POESIA CONTEMPORANEA, CULTURA RADICALE E ARTE SOCIALE

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