Poesie vomitate contro la turbogas. Performance artistica di protesta ad Aprilia

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Città di Aprilia, presidio permanente di Campo di Carne, domenica 13 maggio 2007

Cos’è la Turbogas

Tumori, leucemie, malattie polmonari: la Turbogas, appunto.

Sono questi gli effetti altamente nocivi per la salute prodotti da una centrale a gas, specialmente se situata su un territorio densamente popolato. La centrale sorgerà a meno di 500 metri da una scuola elementare di 40 bambini, e da un centro abitato di circa 12.000 persone.

È il caso di Aprilia (LT), 60.000 abitanti, 

confinante con altri grossi centri come Latina, Anzio, 

Nettuno, Pomezia, Velletri, Ardea, Ariccia e Lanuvio, dove la Sorgenia, una società specializzata nella realizzazione di centrali termoelettriche a gas, sta portando avanti, a partire dal 2003, 

con l’appoggio politico prima del centrodestra e poi del centrosinistra, e contro la volontà della popolazioni locale, il progetto di realizzare una centrale a ciclo combinato per la produzione di energia elettrica.

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Una centrale di questo tipo emette ossidi di azoto, monossido di carbonio, polveri sottili e anidride solforosa, che si spargono in un raggio di circa 30 chilometri, e oltre. L’anidride solforosa provoca piogge acide con conseguente alto inquinamento delle colture e dei pascoli.

L’emissione ininterrotta di due colonne di vapore a circa centodieci gradi determina un innalzamento della temperatura circostante di 2-3 gradi con effetti devastanti sul microclima, come si verifica a Termoli, in Molise, dove è in funzione una centrale a gas simile a quelle che si vorrebbe costruire ad Aprilia.

Il prelevamento dal sottosuolo di circa due milioni di litri di acqua al giorno produce l’effetto di prosciugare i pozzi artesiani circostanti, che servono sia per le produzioni agricole che per gli usi civili delle moltissime abitazioni non servite da acquedotti.

Tutto ciò avrebbe una ripercussione fortemente negativa sull’economia di tutto il territorio, che si basa anche sul turismo (Anzio, Nettuno, Parco Nazionale del Circeo) e su una agricoltura specializzata, caratterizzata da prodotti a Denominazione di Origine Controllata e di Indicazione Geografica Protetta, che perderebbero la loro qualificazione.

no-turbogas_02Inoltre la Regione Lazio produce oltre il 30% in più dell’energia che consuma e quindi la costruzione della Turbogas rientra esclusivamente in una logica industriale, vale a dire di produzione e di vendita di energia, senza nessuna attinenza con il fabbisogno energetico.

( Le notizie riportate su questo scritto sono tratte da

http://noturbogas.interfree.it/sono_con_noi/3_Comitato_Sandalo.pdf ) 

L’azione “Poesie vomitate contro la Turbogas”

Città di Aprilia, Presidio Permanente di Campo di Carne, domenica 13 maggio 2007 

Perché i poeti vomitano

In qualche raro momento di grazia e di umiltà, i poeti, come tutti gli altri, hanno l’impressione che le parole, semplicemente pronunciate, o semplicemente scritte, difettino di autenticità.

Ma quando la parola inutile, la parola che ripete il nulla, la parola manovrata, sembra prevalere, allora a quella impressione può seguire un leggero senso di nausea. Un preludio. E così pure quando prevale la parola stordita, la parola che schernisce e che insulta, la parola che umilia e che tradisce, la parola falsa, consumata, violentata, compromessa. La parola politica.

C’è un “surplus” di lingua, che si configura, paradossalmente, come una carenza di lingua, e che ha qualche affinità col “vuoto di lingua” zanzottiano, cioè con la percezione indelebile della perdita e della frantumazione sofferta dalla parola alienata e mercificata, che in quanto degradata può anche essere messa in relazione con altri linguaggi di tipo somatico, assai vicini a quelli dell’isteria, come appunto il vomito.

Dunque il poeta, intersecando lo strato della parola e lo strato dell’atto, può finalmente cedere alla tentazione di vomitare, quale gesto simbolico, e come forma di rivalutazione della parola sottoposta al contagio.

Ma la parola, prima di compiere il suo percorso di risalita, la sua “anàbasi”, deve degradarsi, materializzarsi nei suoi aspetti più bassi, essere sì il cibo più consono al poeta, il suo fluido più fisiologico, ma anche il cibo avariato, inassimilabile, che emblematicamente viene espulso attraverso la bocca, dallo stomaco e dall’intestino, e dunque dalle viscere, luogo del profondo.

Solo dopo essere stata vomitata, raccolta e dispiegata, la parola può essere nuovamente pronunciata con qualche speranza di autenticità; e solo dopo essere stata complice di un gesto simbolicamente aggressivo, rivolto contro un sistema scellerato, può tornare ad evocare un senso di comunanza.

Almeno per qualche minuto.

Al di là dell’estetica del disgusto e del qualunquismo.

Ugo Magnanti

 

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